Ciao sono stardust
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono Bernardo*

Ottobre 2009

DLMMGVS
1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

I miei links preferiti

    Diffondi i contenuti

    Aggiungi al mio Dada

    Aggiungi al mio Dada

    Condividi i contenuti

    De.licio.us

    mappa della città di Arco

    di stardust (07/10/2009 - 17:15)

    OGGI   E...IERI

     

     

    Arco rappresentata dal Duhrer

    di stardust (07/10/2009 - 17:13)

    Affreschi nella città e nei suoi palazzi

    di stardust (07/10/2009 - 16:36)

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Chiesa di San Martino

    di stardust (07/10/2009 - 16:18)




     

    La Chiesa di San Martino, nell'omonima frazione di Arco, sorge su un colle che domina la Valle del Sarca, e nasce prima dell'attuale abitato, come luogo di culto del paese di Preioi o Priole, di cui oggi non si ha più traccia, ma che doveva trovarsi un po' più all'interno, nella zona ora nota come Policromuro; già in epoca romana il sito era destinato alle sepolture (lo testimonia il ritrovamenteo di due tombe con corredo in occasione dell'ampliamento della chiesa nel 1924). Probabilmente, per la posizione geografica e i toponimi legati al luogo, la zona poteva essere anche un luogo di culto pagano, forse dedicato a Diana, e solo successivamente destinato a culto cristiano. : per tradizione si riporta che l'antica chiesa, molto più piccola dell'attuale, ed un annesso monastero fossero tenuti da monaci benedettini ancora nel IX secolo. Altre notizie si hanno nel corso del Duecento e quindi per gli affreschi tuttora esistenti, il cui ciclo più antico si può datare alla metà del Trecento. Le notizie sulla chiesa si ricavano per lo più dalle notizie in occasione delle visite pastorali degli inviati del vescovo; nel 1580 si parla di una chiesa spoglia perché appena ampliata e ristrutturata (viene ricostruita la parete sud, dove si trovano due ingressi, ampliata l'aula, aggiunti all'interno due archi a tutto sesto per rinforzare la struttura, costruito il campanile e l'abside); nel corso del Seicento e Settecento la chiesa, curata dagli abitanti del paese, viene a più riprese imbiancata a calce e sistemata e, dopo il passaggio del Vendome, perfino riconsacrata: per lungo tempo si ignoreranno quindi i bellissimi affreschi della parete nord (l'unica rimasta della chiesa originale), restando visibili solo le due opere votive realizzate nel 1576 (San Giacomo) e nel 1586 (Madonna con Bambino) da Marco Sandelli di Arco, detto il Moretto, che affrescò anche l'Eremo di San Giacomo al Monte. Gli affreschi trecenteschi non saranno scoperti che nel 1895, quando vengono portati alla luce con l'intervento di due fratelli germanici spesso residenti ad Arco. Le notizie sugli affreschi, attribuiti per la parte più antica a Federico Bonanno di Riva del garda ed alla sua scuola, sono dedotte e documentate da Nicolò Rasmo: sono costituiti da un'Ultima cena e da un ciclo di figure di santi e di madonne con bambino (soggetto che si ripete diverse volte negli affreschi e nelle tele della chiesa), che sicuramente erano precedenti all'ampliamento del 1580, dal momento che l'arco, aggiunto in questa occasione, ne ricopre una parte. Pregevoli anche le tre tele presenti all'interno, due delle quali sono di Giovanni Antonio Zanoni di Massone, padre di Alessandro Zanoni, arciprete che curò la costruzione della collegiata di Arco. Nel 1861 si ha un altro importante intervento di ristrutturazione della Chiesa, viene spostato il cimitero, che fino ad allora circondava la chiesa, a nord dell'edificio, nella posizione attuale, e uno dei due ingressi della parete sud viene spostato ad ovest, dove si trova oggi, recuperando in gran parte i materiali precedenti: si occupa della progettazione e della direzione dei lavori il geometra Giuseppe Caproni di Massone, padre di Gianni Caproni. L'ultimo intervento si ha nel 1924, con l'aggiunta del coro all'abside.

     

     

    Eremo di S-Giacomo

    di stardust (07/10/2009 - 16:09)

     

     

    A metà della costa del Monte Stivo, sulla sommità di un piccolo prato che interrompe il rigoglioso bosco, è visibile anche dal basso una piccola chiesa con annesso un antico eremo: è l’eremo dei SS. Giacomo e Silvestro al Monte, più noto come chiesa di San Giacomo. La località si può raggiungere percorrendo la strada che porta a Monte Velo, salendo in auto fino alla località Salve Regina e quindi proseguendo a piedi per circa venti minuti su una piccola strada forestale che si inoltra nel bosco. Il luogo è di particolare suggestione e propone al visitatore uno dei più bei panorami sulla bassa valle del Sarca e sul lago: si può definire, anche dal punto di vista climatico, come un balcone sul Garda, con tutti i benefici che da questo derivano per la mitezza del clima e per lo scenario.
    La chiesa di San Giacomo e San Silvestro è probabilmente sorta, come scriveva anche l’arciprete Giuseppe Chini nell’Ottocento, ad opera della popolazione locale per sfuggire alle invasioni barbariche nel Medioevo; la stessa origine si attribuisce ad altre chiese in zone montane e riparate del Basso Sarca e di tutto il Trentino, come ad esempio alla chiesa di Troiana, menzionata espressamente dallo stesso Chini. Il documento più antico che attesta la presenza della chiesa, allora chiamata quasi sempre di San Silvestro (al contrario di oggi, che è conosciuta per lo più come chiesa di San Giacomo) è una pergamena del 1288 che ricorda Albertino, monaco di San Silvestro, nell’atto di acquistare un campo per sé e per la chiesa, e per i monaci ed i loro successori: evidentemente già allora la chiesa era dotata dell’eremo che oggi si può visitare. Un documento del 1342 invece descrive i beni che vengono assegnati alla chiesa di San Silvestro nelle pievi di Gardumo, Mori e Lagarina: questo documento rafforza l’ipotesi che il romitorio si trovasse sull’antico collegamento fra il Basso Sarca, la Valle di Gresta e quindi la Valle dell’Adige. La chiesa, sorta come punto di riferimento e rifugio per viandanti, era meta nell’antichità di pellegrinaggi nel giorno di San Silvestro e del Primo Maggio (confraternita del Corporis Christi), entrambe feste di precetto: è curioso notare che si mantiene a tutt’oggi l’usanza di trascorrere a San Giacomo il giorno del Primo Maggio per la comunità del vicino paese di Bolognano, così come rimane l’usanza della distribuzione gratuita del pane.
    Nel Cinquecento si ha notizia di un sostanziale intervento di restauro e nel 1576 sono registrate nei libri massariali le somme versate per i lavori di affrescatura al pittore Marco Sandelli, detto Marco Moretto, di Arco. A lui sono attribuiti quindi tutti gli affreschi del presbiterio e dell’arco santo, in parte pagati dalla chiesa, in parte commissionati da privati per liberalità o ex voto. La data presente su uno dei pilastri, 1527, indica probabilmente la fine del restauro della chiesa. Dopo questo intervento di particolare pregio, che rende la chiesa di reale interesse artistico ed architettonico, nei secoli successivi inizia un lento degrado, che si interrompe solo nel XX secolo, ed in questi ultimi decenni in particolare, che hanno visto alcuni importanti interventi di recupero e restauro.
    La chiesa è molto essenziale nella struttura, così come l’eremo annesso (è costruito contro la parete sud della chiesa); l’aula è di pianta quadrangolare, con un un’unica navata ed il tetto a travi in legno, mentre il presbiterio ha il soffitto con avvolto a crociera ed è sopraelevato di circa mezzo metro rispetto all’aula. Sia il presbiterio che l’arco santo mostrano chiaramente in stato di buona conservazione degli affreschi, firmati appunto da Marco Moretto: l’avvolto del presbiterio è raffigurato con i quattro Evangelisti, mentre la parete di fondo è decorata con la scena della crocifissione, cui si aggiungono le figure di numerosi santi, fra cui San Floriano (cui è dedicata una chiesa a Bolognano), San Silvestro, San Giacomo e San Filippo. Più in basso anche San Rocco (a lui è dedicata la chiesa di Caneve) e Sant’Antonio Abate (Chiesa di Chiarano) e sul lato opposto San Sebastiano e San Bernardino (presente nella chiesa di Stranforio a lui dedicata ed in quasi tutte le chiese locali): evidentemente santi cui era riservata in zona una particolare devozione. Sulle pareti laterali sono rappresentate otto scene della Via Crucis; sull’antipendio dell’altare si ripetono, uguali a quelle della crocifissione, le effigi di San Giacomo e San Filippo. 
    La chiesa è molto essenziale nella struttura, così come l’eremo annesso (è costruito contro la parete sud della chiesa); l’aula è di pianta quadrangolare, con un un’unica navata ed il tetto a travi in legno, mentre il presbiterio ha il soffitto con avvolto a crociera ed è sopraelevato di circa mezzo metro rispetto all’aula. Sia il presbiterio che l’arco santo mostrano chiaramente in stato di buona conservazione degli affreschi, firmati appunto da Marco Moretto: l’avvolto del presbiterio è raffigurato con i quattro Evangelisti, mentre la parete di fondo è decorata con la scena della crocifissione, cui si aggiungono le figure di numerosi santi, fra cui San Floriano (cui è dedicata una chiesa a Bolognano), San Silvestro, San Giacomo e San Filippo. Più in basso anche San Rocco (a lui è dedicata la chiesa di Caneve) e Sant’Antonio Abate (Chiesa di Chiarano) e sul lato opposto San Sebastiano e San Bernardino (presente nella chiesa di Stranforio a lui dedicata ed in quasi tutte le chiese locali): evidentemente santi cui era riservata in zona una particolare devozione. Sulle pareti laterali sono rappresentate otto scene della Via Crucis; sull’antipendio dell’altare si ripetono, uguali a quelle della crocifissione, le effigi di San Giacomo e San Filippo. 
    L’arco santo presenta invece, anche se parzialmente rovinata, una scena dell’Annunciazione, a sinistra l’angelo, a destra la Madonna: interessante la raffigurazione di Dio alla sommità dell’arco, assai rara nell’arte sacra. ai lati dell’arco santo sono posti anche due altari in pietra, sopra i quali si possono vedere due affreschi; a sinistra una Madonna in trono con Bambino, San Giuseppe e San Romedio in compagnia dell’orso. A destra, sull’altare dedicato a San Silvestro, la raffigurazione di San Nicolò, probabilmente ai piedi della croce.
    Gli affreschi del Moretto non sono comunque gli unici presenti nella chiesa: interrotti da un arco con due pilastri di sostegno, evidentemente aggiunto successivamente alla loro realizzazione per rinforzo o per lavori di ingrandimento e restauro della chiesa (forse quelli del 1527), si trovano degli affreschi anche sul lato nord dell’aula.
    L’affresco più grande di questi, una scena con Madonna in trono con Bambino e Santi, è sicuramente più antico delle pitture del presbiterio e soprattutto meglio realizzato, da una mano più valida: la cura nella realizzazione dei volti e la plasticità della composizione non sono certo fisse come nelle opere di Marco Moretto. Per il tratto e per le caratteristiche dell’affresco, si pensa probabilmente ad un opera di Dioniso Bonmartini o della sua scuola. 
    L’eremo annesso alla chiesa, di semplici proporzioni, ma di dimensioni piuttosto grandi, è composto di una cucina e sala refettorio al piano terreno, da qui poi si accede ai due piani superiori con una ripida scala in pietra che porta anche in comunicazione con la chiesa: la presenza di monaci era probabilmente dovuta al fatto che era necessario dare rifugio e ospitalità a pellegrini e viandanti (la via era appunto un collegamento con la Valle dell’Adige), oltre che a proteggere i beni custoditi nella chiesa.
     

     

     

    Sant'Apollinare

    di stardust (07/10/2009 - 16:05)

     

     

     



    La chiesa di Sant'Apollinare è uno dei gioielli di arte sacra del territorio. Si trova sulla strada di Prabi, all'inizio di via Legionari Cecoslovacchi. Le notizie sulla chiesa, nei documenti locali, si trovano a partire dal Trecento, ma la struttura romanica, la dedica a S. apollinare, vescovo di Ravenna, la posizione fuori le mura ed in prossimità del fiume, fanno chiaramente pensare ad un luogo di culto ariano e quindi ad una datazione prossima all'VIII o IX secolo. Pregevolissimi nella chiesa, sia sotto il porticato esterno che all'interno, i cicli di affreschi. La datazione delle opere, pur non essendo tutte coeve e (all'estermo) in parte sovrapposte, si può iniziare dal Trecento. Nicolò Rasmo ipotizza che i cicli all'interno siano realizzati dalla scuola dei Bonanno di Riva del Garda (autori di altri cicli in zona, fra cui quelli della chiesa di San Martino), di evidente scuola veronese. sia nei due cicli all'interno, completamente affrescato con figure di santi e storie della Bibbia, che nell'Ultima Cena e nella Crocefissione realizzate sotto il portico, sono interessanti da notare le numerose iscrizioni incise (la più antica risale al 1436) che danno notizie di alluvioni, prodigi e avvenimenti privati e pubblici che testimoniano la travagliata storia della chiesa. La chiesa subisce infatti alterne vicende; assegnata nel Trecento a dei monaci, passò successivamente sotto il controllo della Pieve di Arco (con la bolla papale di Sisto IV), ma già nel 1580 gli inviati del Vescovo di Trento la trovano in uno stato di deprecabile abbandono, ridotta a stalla per animali. viene dato l'ordine di restaurare e rispettare la chiesa, ma solo mons. Alessandro Zanoni, l'arciprete che curò anche la costruzione della nuova chiesa Collegiata, avrà cura di realizzare un intervento in questo senso, a metà del secolo successivo. Nel XVIII secolo la chiesa è affidata ad eremiti, ma di nuovo cade pian piano in uno stato di abbandono: nel 1782, per ordine di Giuseppe II la chiesa viene chiusa al culto e diviene di fatto un rifugio per vagabondi. Lo sarà fino ad inizio '800, quando per un breve periodo viene riaperta; la cura non si prolunga per molto, tant'è che nel 1866 la curia arcivescovile di Trento ordina che la chiesa sia demolita, per finire una volta per tutte l'uso indegno che ne viene fatto. L'ordine non viene, per fortuna, eseguito e anzi, nel 1882 l'arciprete chini provvede al restauro totale che riporta alla luce anche i bellissimi affreschi, coperti da strati di calce; la chiesa subisce danni anche nel corso della Prima Guerra mondiale, ancora visibili all'esterno, e viene poi per lungo tempo chiusa. L'ultimo intervento di restauro, nel 1983, l'ha restituita all'attuale condizione. 

    Informazioni: La chiesa viene aperta nel corso dei mesi estivi; vi sono celebrate anche le S. Messe. la proprietà è della Parrocchia di S. Maria Assunta di Arco, che ha gentilmente concesso il permesso per la pubblicazione del testo e delle immagini.
     
    Il Museo Civico di Riva del Garda, in collaborazione diretta con il Comune di Arco, propone nei mesi invernali percorsi di attività didattica per le scuole elementari ed alle medie dedicato proprio alla Chiesa di S.Apollinare, ed in particolare all'affresco Ultima Cena, sito sotto il porticato. Informazioni Museo Civico di Riva del Garda 0464/573869.
     

    Le chiese e gli eremi di Arco - Eremo di San Paolo

    di stardust (07/10/2009 - 15:53)

    Eremo  di  San  Paolo
     
    Sulla strada di Prabi (località a nord dell'abitato di Arco), che era l'antico collegamento per chi da Arco dirigeva verso nord, e quindi verso Trento, si trova l'Eremo di San Paolo, magnifico esempio di arte sacra con incantevoli affreschi sia all'interno che all'esterno. E' uno dei monumenti più antichi: la consacrazione dell'altare è documentata il 9 aprile 1186, la fondazione dell'eremo è voluta direttamente dai conti d'Arco, che si riservano il diritto di nominare gli eremiti. La costruzione è molto semplice, realizzata in una nicchia sotto una roccia strapiombante che funge anche da parte e in parte da volta della chiesa, costituita di un'unica aula, e della stanza attigua, un tempo riservata agli eremiti; l'edificio è completato da un piccolo terrazzino a nord e da una scala in pietra, in parte scavata direttamente nella roccia, che dalla stanza degli eremiti porta ad un vano sottostante. All'interno solo l'aula della chiesa è affrescata. L'eremo ha una storia travagliata, un po' come tutte le chiese minori e fuori dell'abitato; si hanno vicende di devozione ed abbandono, specie in relazione agli eremiti che vi dimorano. A metà strada fra storia e leggenda, si narra che nel 1333 dimorasse all'eremo una certa soror Gisla, che fu interrogata nel processo contro l'eretico Dolcino. Nel 1627, quale contromisura per arginare l'epidemia di peste scoppiata in Baviera e dilagante in Europa, l'eremo viene destinato a luogo di quarantena. Nel '700 si hanno periodi di abbandono seguiti da recuperi delle festività (in particolare l'obbligo di celebrare le messe in coincidenza con la ricorrenza di San Paolo), fino al 1844, quando la chiesa ed il bosco circostante vengono acquistati da Gregorio de Althamer, ricco esponente della borghesia arcense e proprietario di una splendida villa a Prabi (ora sede di un istituto scolastico): egli ne finanzia le messe e riporta lo stabile a migliori condizioni. L'uso si prolunga fino al 1950, dopo di che l'eremo cade in uno stato di abbandono pressoché totale fino all'acquisto da parte del Comune di Arco, attuale proprietario, e all'intervento di radicale restauro a cura della Provincia Autonoma di Trento, che ha portato alla luce i bellissimi affreschi dedicati all'Ultima cena e alle Storie della vita di San Paolo (all'interno) e alle Figure con gli scudi (che ricordano il castello di Sabbionara), che si trovavano sotto un affresco realizzato in tempo successivo con una Madonna con Bambino, S. Cristoforo e S.Paolo, ora traslato più a nord sulla parete rispetto alla posizione originale, per consentire la visione di entrambi. Anche nell'eremo di San Paolo, come ovunque nelle chiese minori, sono presenti numerose iscrizioni di vario interesse: le più antiche nell'eremo risalgono al Quattrocento, fra cui l'annotazione del 1460 del passaggio di Baldessare conte di Thun, marito di Filippa d'Arco (sorella di Francesco, il nonno di Nicolò d'Arco). Testimoninaze dell'Eremo si trovano poi negli scritti di Rainer Maria Rilke, che in una lettera a Mathilde N. Goudstikker descrive l'eremo e la vista sulla valle in fiore. 

     

     

     

     

     

     

    Giovanni Segantini

    di stardust (20/09/2009 - 02:49)

    Giovanni Segantini (Arco, 15 gennaio 1858 – monte Schafberg, Pontresina, 28 settembre 1899)

    Nasce ad Arco,in una famiglia in condizioni economiche precarie (i Segatini: fu poi lo stesso pittore a modificare il proprio cognome), alla morte della madre nel 1865 viene mandato dal padre a Milano, in custodia presso la figlia di primo letto Irene. Privato di un ambito familiare vero e proprio, Segantini vive una giovinezza chiusa e solitaria, spesso vagabonda, tanto che nel 1870 è rinchiuso nel riformatorio "Marchiondi", dal quale tenta di fuggire nel 1871 e vi rimane poi fino al 1873. Segantini viene quindi affidato al fratellastro Napoleone, che ha bisogno di un garzone per il suo laboratorio fotografico a Borgo Valsugana(Trento); vi rimane fino al 1874, sviluppando così una prima idea artistica propria, tanto che al ritorno a Milano si iscrive ai corsi serali dell'Accademia di Belle Arti di Brera, che frequenta per quasi tre anni.
    La Natura
    A Milano riesce a vivere grazie ad un lavoro presso la bottega di Luigi Tettamanzi, artigiano decoratore, e insegnando disegno all'istituto "Marchiondi". Tale piccolo sostegno economico gli consente di frequentare, dal 1878 al 1879, i corsi regolari dell'Accademia di Belle Arti di Brera, seguendo le lezioni di Giuseppe Bertini, affinando il proprio bagaglio di conoscenze e di esperienza e stringendo le prime amicizie negli ambienti artistici cittadini, in primis con Emilio Longoni. Comincia a dipingere, con evidenti influssi dati dal verismo lombardo, ma già nel 1879, durante l'esposizione nazionale di Brera, viene notato dalla critica e ottiene i primi riconoscimenti: tra chi ne lo sostiene c'è Vittore Grubicy, con il quale instaura un rapporto di lavoro e di amicizia che durerà per lungo tempo. L'anno dopo conosce anche Bice Bugatti, la donna che ne sarà compagna per tutta la vita; si trasferisce in Brianza, a Pusiano, e lavora grazie al sostegno economico di Grubicy, collaborando strettamente con Emilio Longoni: in questi anni la sua arte tenta di distaccarsi dalle impostazioni accademiche giovanili, ricercando una forma espressiva più personale e originale. Nel 1883 Segantini si vincola in modo definitivo al sostegno di Grubicy, con il quale sottoscrive un apposito contratto. Nel 1886 lascia l'Italia per trasferirsi a Savognin, nel cantone Grigioni; nel corso della propria evoluzione artistica prende ad avvicinarsi al movimento divisionista, prima con semplici sperimentazioni e col tempo in maniera sempre più netta e totale. Nel frattempo Grubicy compie per lui una fortunata attività promozionale che ne accresce la fama in patria e all'estero, tanto che nel 1889 viene presentato all'Italian Exhibition di Londra; diventa così anche un apprezzato e ricercato collaboratore di riviste d'arte. Nel corso dello stesso anno comincia a integrare la propria caratterizzazione artistica divisionista con marcati accenni di simbolismo, soprattutto attraverso l'uso di allegorie basate su modelli nordici.
    Nel 1894 lascia Savognin e si trasferisce in Engadina, a Maloja, anche seguendo un desiderio di più profonda meditazione personale e di riscoperta del proprio misticismo: il piccolo villaggio di Maloja gli consente una vita alquanto solitaria, e la possente presenza del maestoso e incontaminato paesaggio alpino intorno si rispecchia inevitabilmente nelle opere del periodo. Da Maloja si sposta solo nel più freddo periodo invernale, durante il quale soggiorna in albergo a Soglio, in Val Bregaglia, con radi viaggi anche a Milano. Formula un grandioso e ambizioso progetto, la realizzazione del padiglione dell'Engadina per l'Esposizione Universale di Parigi del 1900: una costruzione rotonda del diametro di 70 metri le cui pareti avrebbero dovuto ospitare una gigantesca raffigurazione pittorica del panorama engadinese, lunga 220 metri; nonostante il suo profondo impegno nell'opera, tuttavia, la stessa viene ridotta per i costi troppo elevati e la conseguente mancanza di fondi (viene a mancare anche il promesso supporto finanziario degli albergatori engadinesi, tra i primi committenti dell'opera) e si trasforma nel Trittico della Natura (o delle Alpi), la sua opera più celebre: il trittico pittorico viene però rifiutato, ritenuto non in sintonia con l'immagine turistica che i committenti intendevano trasmettere a Parigi, e finisce per essere esposto nel padiglione italiano. Muore a soli 41 anni sullo Schafberg, il monte che domina Pontresina, il 28 settembre del 1899, colto mentre sta dipingendo da un letale attacco di peritonite. Oggi il suo corpo riposa nel piccolo cimitero di Maloggia.
    Opere maggiori Ave Maria a trasbordo (II versione)
    Natura morta con Santa Cecilia, tempera su carta incollata su cartoncino, Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna;
    Il Coro di Sant'Antonio, 1879, olio su tela,
    Autoritratto all'età di venti anni, 1879-1880, olio su tela, Arco, Municipio;
    Ave Maria a trasbordo (I versione), 1882, olio su tela,
    Zampognari in Brianza, 1883-1885, olio su tela, Tokyo, National Museum of Western Art;
    Studio per "A messa prima", 1885, olio su cartoncino incollato su legno, Euerbach, Collezione Georg Schaefer;
    Alla stanga, 1886, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna;
    Gioia del Colore, 1886, olio su tela,
    Ave Maria a trasbordo (II versione), 1886, olio su tela, San Gallo, Fondazione Otto Fischbacher;
    La portatrice d'acqua, 1886-1887, olio su tela, Wandenswil
    La Raccolta del fieno, 1889-1898, olio su tela, St. Moritz, Museo Segantini;
     Le due madri, 1889, olio su tela, Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna;
    Alpe di maggio, 1891, olio su tela, Lugo di Vicenza, Mezzogiorno sulle Alpi, 1891, olio su tela,
    San Gallo, Fondazione Otto Fischbacher;
    L'amore alla fonte della vita, 1896, olio su tela, Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna;
     L'angelo della vita, 1896, matita dura su carta, St. Moritz, Museo Segantini;
    Le cattive madri, 1896-1897, graffito su cartone, Vienna, Öisterreichische Galerie Belvedere;
    La propaganda, 1897, gesso nero e bianco su carta, St. Moritz, Museo Segantini;
    Trittico delle Alpi, 1894-1899 (parzialmente incompiuto), olio su tela, St. Moritz, Museo Segantini. 

    Giovanni Segantini e l'Engadina
    Il nome e la fama di Giovanni Segantini si sono legati indissolubilmente all'Engadina, non solo perché la valle svizzera lo ospitò nei suoi ultimi anni e più volte il pittore ne ritrasse i panorami alpini nelle sue opere, ma anche perché in Engadina si sono conservati i più importanti segni della presenza e dell'arte di Segantini, visitabili dal pubblico. A Maloja, il villaggio alpino che lo ospitò dal 1894 fino alla morte, i luoghi che il pittore frequentava, verso i quali passeggiava e nei quali traeva l'ispirazione per le sue opere sono oggi uniti da un percorso commemorativo in 12 tappe, il Segantini Weg: percorrendolo (è una semplice escursione di circa 2 ore) si può visitare il cosiddetto Atelier, riproduzione in legno e in scala ridotta di quello che doveva essere il padiglione engadinese all'Esposizione Universale di Parigi del 1900, nonché il piccolo cimitero nel quale il pittore venne sepolto. St. Moritz, la capitale dell'Engadina, ospita invece il Segantini Museum, a tutt'oggi la più grande raccolta di opere del pittore italiano. Venne creato per dare una degna collocazione al grandioso Trittico delle Alpi, al quale poi vennero aggiunte altre opere e molti disegni preparatori; progettato dall'architetto Nicholaus Hartmann, fu inaugurato nel 1999. In occasione del centenario della morte di Segantini, il museo è stato ristrutturato e ampliato, sia negli ambienti espositivi che nella collezione: custodisce 55 tele e opere su carta, insieme a molti disegni e bozzetti a matita, pastello e carboncino. Nel percorso espositivo è documentata l'intera evoluzione artistica di Segantini: tra le altre opere esposte, al periodo pre-divisionista risalgono le tele La vacca nella stalla del 1882, La benedizione delle pecore del 1884 e La tosatura delle pecore del 1886-1887; l'adesione al divisionismo è documentata da Il capriolo morto del 1892 e La raccolta del fieno del 1889-1898; il momento centrale della visita è naturalmente offerto dalla grande sala sormontata dalla cupola centrale del museo che ospita il Trittico delle Alpi, insieme all'intera sequenza dei bozzetti preparativi. Sullo Schafberg, il monte sopra Pontresina ove Segantini morì e dal quale si domina l'intera alta Engadina, è stato dedicato al pittore un rifugio alpino, la Chamanna Segantini.

    Segantini l'apolide
    Il comune di Arco era sotto il dominio austriaco al momento della nascita di Segantini, che quindi nacque austriaco. Il piccolo Segantini all'età di quattro anni, nel corso di un'alluvione fu salvato da un cittadino del paese che per questo suo gesto ricevette 25 fiorini dal governo austriaco. Segantini adolescente visse poi a Milano. La sorella che si occupava di lui non fece tutto il necessario perché Segantini acquistasse la nazionalità italiana, pur avendo chiesto e ottenuto di svincolarsi dalla cittadinanza austriaca. In seguito, poiché le autorità austriache non avevano ricevuto conferma dell'iscrizione, per altro mai avvenuta, nelle liste dell'anagrafe di un comune italiano, venne chiamato alle armi dall'esercito austriaco. Segantini, che naturalmente non si presentò, venne così dichiarato disertore in Austria. Più tardi nel 1886 Segantini lasciò definitivamente l'Italia per stabilirsi in varie valli dei Grigioni svizzeri: a Savognino, a Maloja e a Soglio, dove visse fino al 1899, senza mai acquisire nemmeno la cittadinanza svizzera. Segantini parlava e scriveva un italiano piuttosto sgrammaticato infarcito di forme dialettali lombarde. Nei Grigioni Segantini apprese solo le basi del romancio, allora molto diffuso, e non apprese mai il tedesco (Bonifazi, Segantini, Ein Leben in Bildern, 1999).

    Autoritratto

    di stardust (20/09/2009 - 02:44)






    File:Segantini Selbstportrait.jpg

    Autoritratto  a  20  anni

    Analisi di un capolavoro - Le due madri

    di stardust (20/09/2009 - 02:19)

    Analisi di un capolavoro

    'Le due madri' di Segantini: un inno alla maternità contadina




    Terminata nel 1889, esposta per la prima volta alla Permanente di Milano nel 1890 e l'anno successivo alla prima Triennale di Brera, Le due madri(un olio su tela, oggi conservato alla Galleria d'Arte Moderna di Milano) è forse l'opera più famosa di Giovanni Segantini.
    Costruita su un formato orizzontale di grandi dimensioni (157x280 cm) nel quale le figure sono riprodotte grandi al vero, la composizione ha per tema la maternità giocata sulla consonanza di gusto romantico tra amore umano e animale. La maternità come soggetto pittorico ha una speciale rilevanza nel percorso poetico di Segantini, forse anche in rapporto agli eventi della sua infanzia. In questo senso, la fedele trascrizione in chiave verista di ogni minuto particolare della scena, che emerge o affonda nelle zone di luce o di ombra create dal pittore, assume una valenza altamente simbolica che distanzia l'opera non solo dalle composizioni di genere di analogo soggetto, ma anche dalle successive scene di interni rustici dello stesso Segantini. Il sapiente gioco di luci e ombre acquista un'inedita potenza grazie all'applicazione della tecnica divisionista, qui sperimentata per la prima volta dall'artista su una tela di così vaste dimensioni, utilizzando prevalentemente rossi, ocra e i colori delle terre.


    La mappa del capolavoro



    La lanterna. Centro focale e simbolico di tutta la composizione è la lanterna accesa, che illumina la maternità contadina ambientata dall'artista all'interno di una stalla.



    Filamenti sottili. Nelle figure della madre e del bambino, così come nella lanterna, la tecnica complementare è tradotta con una pennellata a sottili filamenti accostati tra loro, che si fanno invece più liberi e a tocchi allargati nel resto del dipinto.

    Primavera

    di stardust (20/09/2009 - 02:16)


    File:Frühlingsweide 1896.jpg


    File:Das Pflügen 1890.jpg

    File:Alpweiden 1895.jpg

    Ritorno in patria

    di stardust (20/09/2009 - 02:05)

    File:Segantini Rückkehr in die Heimat.jpg

    L'amore alla fonte

    di stardust (20/09/2009 - 01:51)

    Le due madri ( I e II versione)

    di stardust (20/09/2009 - 01:42)





    Ave Maria a trasbordo

    di stardust (20/09/2009 - 01:20)

    Mezzogiorno sulle Alpi (2)

    di stardust (20/09/2009 - 01:15)

    Raccolta del fieno

    di stardust (20/09/2009 - 01:13)

    L'angelo della vita

    di stardust (20/09/2009 - 01:12)

    La lussuria, e La vanità

    di stardust (20/09/2009 - 01:12)


    File:Segantini Die Strafe der Wollüstigen.jpg

    La  punizione  della  lussuria


    File:Segantini Eitelkeit 1897.jpg

    La  vanità

    La vita

    di stardust (20/09/2009 - 01:10)

    La morte

    di stardust (20/09/2009 - 01:10)

    Trittico delle Alpi 2

    di stardust (20/09/2009 - 01:10)

    Ragazza alla fonte

    di stardust (20/09/2009 - 01:09)

    di stardust (20/09/2009 - 01:05)

    Ragazza che fa la calza

    di stardust (20/09/2009 - 01:02)

    Segantini - Ragazza che fa la calza

    mezzogiorno sulle Alpi

    di stardust (20/09/2009 - 01:01)

    le cattive madri

    di stardust (20/09/2009 - 01:00)

    Alpe di maggio

    di stardust (20/09/2009 - 01:00)

    Ritorno dal bosco

    di stardust (20/09/2009 - 01:00)

    A messa prima

    di stardust (20/09/2009 - 01:00)

    File:Segantini Frühmesse.jpg